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Rubriche >Contributi di politica culturale e scolastica

Interventi di Maurizio Tiriticco
al seminario nazionale "Scuola oggi, scuola domani"
del Forum Politiche dell’Istruzione del PD
Roma, 25/26 settembre 2010

 

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La mappa concettuale sincronica inserita nella cartella individua una serie di blocchi, ciascuno con la sua peculiarità, ma tutti tra loro correlati, come si conviene ad una visione sistemica. Una sola osservazione: i due blocchi relativi all’istruzione obbligatoria e al secondo ciclo di istruzione, che nella mappa sono correttamente distinti, nella realtà non sono correlati, ma confusi e sovrapposti. In effetti, il biennio con cui si conclude l’obbligo di istruzione (chiamarlo scolastico è scorretto!) da un lato è autonomo, in quanto costituisce l’acquisizione da parte degli studenti di una serie di competenze culturali e di cittadinanza, dall’altro costituisce il primo segmento del secondo ciclo. Si è trattata di una scelta che nel 2007 poteva dirsi obbligata, ma che richiederà una revisione se si vuole veramente dar vita ad un percorso di istruzione, educazione e formazione decennale che sia veramente verticale, progressivo e soprattutto continuo dai 6 ai 16 anni di età. In molti Paesi dell’UE lo sviluppo dell’istruzione obbligatoria è unitario e continuo (in Finlandia, ad esempio); in altri si sviluppa in due segmenti; solo in pochi in tre!
Ora mi piace presentare un’altra mappa concettuale, diacronica, da cui si evince quali innovazioni il dpr 275/99 ed il novellato Titolo V (2001) hanno apportato, sotto il profilo istituzionale, al Sistema nazionale educativo di istruzione e formazione. Prima del ’99 vigeva un processo lineare verticale, che potremmo definire a cascata. Il Mpi emanava i “suoi” Programmi, a cui le unità scolastiche dovevano semplicemente attenersi: pertanto, gli alunni che “rispondevano” ai contenuti di cui ai Programmi erano promossi, gli altri bocciati. Con le innovazioni suddette si è voluta cancellare tale linearità per dar vita ad un vero e proprio sistema in cui diversi soggetti istituzionali autonomi avrebbero dovuto svolgere funzioni diverse, però strettamente correlate. Il Miur cessava così di essere il primo ed indiscusso interlocutore, e diventava un soggetto i cui compiti dovevano essere essenzialmente di indirizzo, orientamento, determinazione delle risorse, valutazione. Non doveva più erogare Programmi, ma limitarsi a dare semplici Indicazioni, che le istituzioni scolastiche nella loro autonomia avrebbero tradotto in curricoli. L’innovazione, inoltre, affidava alle istituzioni scolastiche compiti nuovi, che andavano oltre la semplice istruzione (conoscenza da parte degli alunni dei contenuti disciplinari e pluridisciplinari): loro compito era anche quello di educare (il cittadino) e di formare (la persona): un ampliamento di orizzonte e di impegno che avrebbe dovuto garantire a ciascun alunno il suo personale “successo formativo”. Assumemmo anche l’impegno che nessun alunno potesse uscire dal sistema di istruzione, educazione e formazione se non avesse conseguito almeno una qualifica entro il 18° anno di età. Com’è noto, la formazione professionale regionale attribuisce la prima qualifica ai 17 anni di età, corrispondente al secondo livello dell’EQF. Altre competenze venivano affidate alle Regioni e agli Enti Locali, ed è anche noto che su questa tematica e su quella dell’individuazione dei Lep, di competenza dello Stato, la discussione è ancora aperta: ed è una delle questioni sul tappeto, oggi, per quanto riguarda la difficile prospettiva federalista.
Mi domando: a dieci anni da tali profonde innovazioni istituzionali, il nuovo sistema delle Autonomie è entrato a regime? I soggetti coinvolti nella operazione hanno trovato ciascuno il suo ruolo? A mio vedere, no! Ne fa fede il fatto che le Indicazioni nazionali relative al secondo ciclo di istruzione prodotte negli ultimi mesi da questo governo sono un insieme di documenti che si sviluppano per centinaia di pagine, spesso di difficile lettura, ora ripetitive, ora contraddittorie, e che non riescono neanche a centrare con la dovuta correttezza quali sono le finalità e gli obiettivi che vengono proposti alle istituzioni scolastiche e le competenze che gli alunni dovranno acquisire. A fronte di un cambiamento di orizzonte così impegnativo – trasformare una scuola centrata da sempre sulle conoscenze ad una suola centrata sulle competenze – le Indicazioni sono assolutamente generiche, ora sovrabbondanti, ora imprecise. Si tratta di una superfetazione di carte che finiscono con l’essere, purtroppo, ben più vincolanti dei vecchi Programmi!
Il fatto grave è che non abbiamo un Ministero dell’istruzione né un ministro! A meno che non sia da considerarsi tale un passacarte del Ministro dell’economia che considera la scuola solo un settore improduttivo su cui è bene solo fare cassa!
Il momento è quindi molto difficile! La società che molti chiamano della conoscenza impegna i sistemi di istruzione a formare persone che conseguano competenze tali che permettano loro di far fronte ad un mercato del lavoro sempre complesso e difficile, e di possedere tutti quegli strumenti cognitivi che permettano loro di leggere e comprendere un mondo che si fa sempre più complesso. Com’è noto, appena un terzo degli italiani possiede una competenza linguistica funzionale!
In tale situazione, un partito che vuole cambiare il Paese in materia di istruzione deve muoversi su due fronti: da un lato, tallonare il governo ed il Miur punto per punto, perché il processo dell’autonomia esca dalle secche in cui è stato cacciato e riprenda il suo corso; dall’altro, aiutare concretamente scuole e insegnanti a operare per conquistare passo dopo passo quell’autonomia che di fatto non si vuole loro né riconoscere né concedere. Su quest’ultimo terreno, in effetti, non siamo affatto indietro, perché le cosiddette buone pratiche sono numerose ed interessati, e fanno sperare che è dal basso che possiamo cambiare le cose. Nel convegno di educationduepuntozero che lo scorso 23 aprile abbiamo svolto a Firenze abbiamo ascoltato, raccolto e condiviso centinaia di esperienze, tutte interessanti e innovative, nonostante la Gelmini! Ciò dimostra che l’ottimismo della volontà è più forte del buio a cui questo governo ci vuole costringere!


Ciò che avrei voluto dire nella seconda giornata… ma il tempo è stato tiranno

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La realizzazione dell’autonomia – che ancora sembra lontana – è strettamente legata ad un modello di scuola che non può essere dettato dall’alto. In effetti lo Stato dovrebbe limitarsi a dettare le norme generali sull’istruzione e i Lep. Le norme generali, che, per quanto riguarda il secondo ciclo, dovrebbero essere Indicazioni leggere e flessibili in materia di percorsi da attivare ed estremamente chiare in ordine alle competenze terminali che gli studenti dovrebbero acquisire, sono invece una montagna di documenti fortemente assertivi e non sempre tra loro correlati. La determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che Regioni ed Enti locali dovrebbero erogare al fine di evitare disuguaglianze sul territorio nazionale in materia di soddisfazione del diritto all’istruzione è ancora una materia in fieri. Pertanto, le due condizioni fondamentali per l’avvio di un rigoroso e produttivo processo autonomistico, non sono a tutt’oggi soddisfatte. Ne consegue che il nostro sistema di istruzione non è più quello di una volta, ma neppure quello che auspichiamo. Ed è qui il nodo centrale della crisi ordinamentale in cui versa la nostra scuola. Crisi a cui oggi fa fronte solo l’iniziativa dei nostri insegnanti, nonostante i provvedimenti ostativi adottati dal ministro del Miur Giulio Tremonti che, com’è noto, è un grande esperto di valutazione… decimale! In tale contesto, lo scenario potrà veramente cambiare solo quando una nuova forza politica nuova, popolare e “illuminata”, accederà al governo del Paese.
Un riordino effettivo del Sistema educativo nazionale di istruzione formazione dovrà essere assolutamente centrato sull’acquisizione, da parte dei soggetti in apprendimento, delle competenze culturali e di cittadinanza che le norme generali dovranno indicare per la terminalità dei due segmenti in cui il nostro sistema si sviluppa: quello dell’istruzione obbligatora decennale e quello dei percorsi triennali che molti di noi auspicano diventino al più presto biennali: non si può “sedere sui banchi” quando si è raggiunta la maggiore età; ed in quasi tutti i Pesi dell’UE l’istruzione secondaria termina ai 18 anni di età.
Se il punto centrale di un effettivo riordino è nella indicazione delle competenze terminali del ciclo obbligatorio (per altro già effettuato con i dm 129/07 e 9/10) e del successivo triennio, il che significa che tutte le strategie di insegnamento/apprendimento che ci vengono da un lontano passato vanno assolutamente del tutto rinnovate. La nostra scuola ha attraversato tre stagioni. La prima è quella che ci viene da un lontano passato, in cui sono centrali l’apprendimento di contenuti descritti nei Programmi ministeriali, validi dalle Alpi al Lilibeo, e la valutazione delle conoscenze che tali contenuti implicano. Con l’avvio della scuola cosiddetta “di massa”, nel primo ciclo di istruzione l’attenzione viene spostata alle abilità, cioè all’utiiizzo delle conoscenze acquisite (l’alunno è capace di fare un acquisto, di redigere un verbale, di preparare un viaggio di istruzione a Venezia, o al limite a Londra per coinvolgere anche la lingua straniera, ecc.); e la valutazione decimale era assolutamente inadatta a valutare tali abilità, per cui venne sostituita con la cosiddetta valutazione di criterio. Va sottolineato che tale innovazione non ha interessato il secondo ciclo, se non in casi di sperimentazioni avanzate. Con il Terzo millennio, e con tutto ciò che si è verificato nel mondo delle conoscenze, della ricerca, del lavoro, con la necessità di doverci misurare con altri sistemi di istruzione più avanzati del nostro e con quanto ci chiede ed attende l’UE, si è compiuto (o meglio, si dovrebbe effettivamente compiere) un nuovo passaggio: dall’acquisizione di conoscenze e di abilità all’acquisizione di competenze, che il soggetto spenderà negli studi ulteriori, nel mondo della cultura, delle professioni e del lavoro, nonché nelle interazioni con altri soggetti (le competenze finalizzate all’esercizio della cittadinanza attiva). Si tratta di un passaggio veramente epocale, anche perché, per quanto concerne la valutazione, né quelle decimale né quella di criterio sono adeguate. Una competenza c’è o non c’è: è un saper fare acquisito, in cui il soggetto si cimenta con tutte le conoscenze, disciplinari e/o pluridisciplinari, con le abilità acquisite, e soprattutto con tutte le sue caratteristiche personali ed, in molti casi, interagendo con altri soggetti.
Dovrebbe entrare in gioco, da parte del collettivo degli insegnanti, tutta un’attenta attività di sollecitazione, osservazione continua, stimolo, rinforzo, che conduce alla certificazione finale. E’ necessario considerare che un cambiamento di rotta così radicale richiede una innovazione profonda del complessivo Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione che solo un Vero Ministro Miur della statura di un Gentile “di sinistra” potrebbe avviare e realizzare, non davvero la “riforma epocale” di una Gelmini. La nostra scuola vive dunque una grossa contraddizione: da un lato deve assolutamente rinnovarsi nelle direzione sopra descritta, dall’altro deve fare i conti con una normativa impasticciata che frena invece di produrre innovazione. Per cui tutto pesa sulle spalle degli insegnanti e dei dirigenti.
Ad un ministro che ci sollecita a promuovere il “merito” dobbiamo solo rispondere che tutti i soggetti in apprendimento sono meritevoli, ciascuno secondo le sue capacità. Appartiene al nostro passato la scuola che promuove i “meritevoli” e boccia gli “immeritevoli”. Nel nostro futuro deve esserci una scuola che promuove il “successo formativo” di ciascuno e per ciascuno. Le nostre reali “linee guida” devono essere i quattro pilastri dell’educazione di un Delors (anni Novanta) e i sette saperi necessari all’educazione di un Morin (anni Duemila)!

settembre 2010

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