Il mantra delle 18 ore: oltre la didattica frontale

Allora, chi ha vinto?

Difficile parlare di orari di lavoro degli insegnanti, di questi tempi, tra improvvide manovre finanziarie e scontatissime reazioni “piccate” degli insegnanti. Questo “confronto” muscolare l’abbiamo già visto in altre occasioni (come non ritornare al “concorsone” di Luigi Berlinguer, ministro carismatico ma costretto alle dimissioni dalla protesta dei docenti). Anche questa volta gli insegnanti hanno vinto (stando agli emendamenti soppressivi del Parlamento sulla proposta di elevare l’orario frontale da 18 a 24 ore settimanali di insegnamento), ma il rischio è che per un altro decennio la condizione docente resti invariata e scivoli inesorabilmente verso la marginalità… Colpa di governanti insensibili – si dirà – ma forse c’è dell’altro…. E’ di questo altro che vorrei parlare, avvalendomi di un bel dibattito in rete, sul network “Chiamalascuola” (un gruppo che su facebook conta ormai oltre un migliaio di aderenti). Qualche serata fa è stato organizzato un focus flash mob sul tema. Non riporto gli oltre 200 interventi, leggibili in rete, ma una mia parzialissima e personale sintesi [con alcuni inserti in corsivo, ripresi dal dibattito in rete].

Oltre l’orario in classe, c’è dell’altro…

La questione dell’orario di lavoro dei docenti è controversa: nell’insegnamento c’è un quid di professionalità che fatica a stare dentro a conteggi di ore e di minuti, ma c’è anche l’esigenza di apprezzare e far “vedere” pubblicamente la qualità/quantità del lavoro effettivamente svolto. Ma non sceglierò in questa sede né un approccio sindacale (il contratto di lavoro), nè giuridico (i diritti/doveri, le ore obbligatorie o meno), nè politico (la presunta insensibilità della politica verso la scuola), ma strettamente culturale e professionale (che cos’è o dovrebbe essere, oggi, il mestiere dell’insegnare).

Occorre però far uscire il dibattito dalla trincea delle 18 ore frontali. Perché sembra una difesa d’ufficio dell’esistente: anche perché c’è chi già svolge 25 ore frontali -come gli insegnanti di scuola dell’infanzia. Il tema vero è il valore e l’intensità del lavoro, con la sua evasiva regolazione contrattuale (ferma a 40 anni fa), con il mancato riconoscimento sociale che è legato alla scarsa visibilità sociale del contenuto professionale (certamente si fa lezione, ma occorre anche studiare, documentarsi, preparare la didattica, correggere i compiti, incontrare genitori e colleghi, curare l’aggiornamento, ecc. tutti elementi spesso lasciati nel “limbo” del dover essere).

Un professionista socialmente credibile

E poi il lavoro dei docenti è cambiato [sta cambiando]: si svolge in aula, ma anche fuori, in una pluralità di situazioni, formali e informali. Il rischio è che il mantra delle 18 ore finisca con il confermare lo stereotipo e l’immagine di una professione docente da anni ’50. E’ certamente inaccettabile aumentare carichi di lavoro senza corrispettivi, ma il nodo vero è far crescere la considerazione sociale verso insegnanti preparati, competenti, appassionati, che sanno fare comunità professionale e che vivono la scuola come ambiente di apprendimento per i ragazzi e gli adulti…ma questa è un’altra storia, che interpella tutti noi, e non solo politica e sindacato.

… ma allora occorre cambiare subito il contratto e “far apparire” anche le ore che sono “nascoste” nel contratto attuale, come preparazione, correzioni, ricerca ecc. ecc. Se necessario, facciamole a scuola di pomeriggio, così tutti le “vedranno”, ma mettiamole belle in chiaro nel contratto. (Negro dell’Audiofracasso)

E’ un problema di contratto di lavoro, certo, però bisognerà arrivare preparati ad una nuova tornata contrattuale, con assemblee costruttive e partecipate… Intanto, però, bisogna ricostruire l’identità del lavoro del docente nell’immaginario della gente (e quindi dei decisori politici).

De-privatizzare le pratiche professionali

Se continuiamo a parlare di “ore” confermiamo un modello cattedratico-tayloristico da anni 50…. ove regnava la lezione frontale. Ma il lavoro didattico efficace (quello che può produrre risultati positivi con gli allievi) non è più questo…

…andando oltre il monte orario, si dovrebbe iniziare a parlare di professione per i docenti. L’apertura all’esterno è necessaria, ma continuando a contabilizzare le ore in classe, la si impedisce. Per creare reti con territorio e famiglie, non si può chiedere ai docenti di conteggiare le ore in classe o a scuola. (Laura De Angelis)

Un professionista deve andare oltre lo schema delle ore di lezione, oltre ciò che succede strettamente in classe. Se con certi ragazzi di un istituto professionale (ma anche delle medie, dei licei, delle elementari, ecc.) siamo in difficoltà, forse dovremmo uscire dalla classe, inseguirli sul web, accompagnarli in uno stage, ascoltarli il pomeriggio, proporre esperienze motivanti…. Serve un orario di lavoro che contenga e dica tutto questo, altrimenti non si uscirà mai dalla diceria populista: “…ma quante poche ore fanno i docenti…”. In un recente sondaggio televisivo si è notato che il 45% degli intervistati era d’accordo sull’aumento dell’orario di lezione per i docenti.

…è vero, l’operazione è stata condotta dall’alto e per finalità soltanto economiche, ma approfittiamo per sollevare il problema. Per esempio le nuove Indicazioni parlano di realizzare la comunità professionale dei docenti. Dove trovare i tempi per de-privatizzare le proprie pratiche e crescere insieme in un apprendistato cognitivo in cui tutti, esperti e novizi, possono apprendere reciprocamente attraverso un confronto sulla pratica?Tutti dovrebbero mettere in discussione il loro “curriculum script” spesso fatto di modalità routinarie…. (Cinzia Mion)

La “mossa del cavallo”

A mio parere, ci vuole una “mossa del cavallo”: con la intangibilità delle 18 ore forse si vince una piccola scaramuccia, il disegno di legge sarà ritirato (è vero, era di scarsissimo profilo, con i conti sbagliati, confezionato da apprendisti stregoni) e amici come prima: per altri vent’anni continueremo a lamentarci della nostra condizione ingrata e marginale. Bisogna dire a voce alta e con orgoglio di cosa è fatto oggi il lavoro del docente, di che cosa si compone una buona professionalità, come la si attesta e valuta, come la si mette in pratica, come la si coltiva …e con tolleranza zero verso la mediocrità….

… sto osservando nei docenti una difficoltà sempre maggiore di gestione della classe: completamente soli di fronte a classi sempre più diversificate, che richiedono programmi a diversi livelli, con una enorme difficoltà a far rispettare le regole, con genitori poco collaborativi. Sono convinta che molti non reggerebbero un aumento del carico di lavoro con ancora più classi. Aumenteranno le assenze per malattia, aumenterà il burnout e complessivamente tutto il sistema entrerà in sofferenza. (Alga Maria Paola Borriello)

Una ricerca fatta in provincia di Bolzano mette in evidenza che il lavoro docente effettivo oscilla tra le 36 e le 38 ore settimanali. Perché non prenderne atto ufficialmente? Ci dovrebbe essere un tempo di presenza a scuola “all inclusive” (per la dimensione collaborativa e pubblica del lavoro che è tanta, ma non è tutto) ed un quid professionale per la preparazione e l’elaborazione personale. Di fronte a questa prospettiva, le 18 ore di lezione sono una gabbia autoconsolatoria.

… in certi consigli di classe si perde più tempo a trovare il segretario verbalizzante che a parlare dei ragazzi… E che dire dei compiti con dati mancanti o errati? Forse ripartire dalla “inerzia docente” può aiutare! Rimanere a scuola a lavorare è momento socializzante e può essere coinvolgente se c’è almeno un buon numero di docenti motivati su cui fare leva per ritrovare nuova energia!!! (Carla Parolari)

Facciamo un po’ di conti

L’emergenza finanziaria è un vincolo che la scuola, da sola, non è in grado di bypassare. Il 50% del nostro bilancio dello Stato se ne va a pagare interessi sul debito consolidato da oltre 40 anni, per cui la quota di risorse pubbliche sulla scuola, sulla sanità, sulla previdenza, sulle infrastrutture, sugli apparati pubblici (abbiamo meno dipendenti pubblici di Francia e Germania…) è sempre la più bassa rispetto ai paesi europei e OCSE. Qui i problemi sono più grandi di noi. Non è scontato dire: bisogna investire di più sulla scuola (e infatti sta scritto in tutti i programmi elettorali, ma poi non si fa).

…un docente inadeguato, poco professionale, poco capace di entrare in empatia coi suoi studenti e di trasmettere le sue conoscenze arreca un danno esponenziale ai suoi studenti, che produrrà i suoi effetti nel corso degli anni. Il mio timore è che i “decisori politici” abbiano fatto leva su un malcontento purtroppo diffuso per operare tagli e fare cassa. La cosa che più mi sta colpendo è che nei vari tg e approfondimenti non se ne parla che sporadicamente, a margine. Secondo me oggi non si può più prescindere da una valutazione seria della professionalità, unico criterio per determinare progressioni di carriera, altro che anzianità di servizio! (Isabella Pinto)

Decisori politici….opinione pubblica….immaginario sociale….scelte politiche….comportamenti delle scuole…professionalità dei docenti….tutto si tiene… l’orario così com’è contrattualizzato forse tutela (!?) la categoria, ma finisce col danneggiarla nel lungo periodo. Ben vengano proposte più articolate: rendere visibile il sommerso, costruire tempi di presenza a scuola “non frontali”, essere esigenti sulla professionalità (reclutamento, formazione obbligatoria, valutazione, ecc.), definire profili part-time e full-time, chiedere ai migliori di mettere energie e disponibilità per sviluppare la qualità della propria scuola. Queste esigenze sono debolmente rappresentate nel contratto di lavoro, oggi per altro bloccato.

La realtà è che il “territorio” ci ha già “valutati”, da tempo. Siamo precipitati nella considerazione sociale, è saltato quasi ovunque il patto con le famiglie, abbiamo genitori sempre più “invadenti” che si sentono autorizzati a discutere e sindacare ogni scelta, spesso non con intento collaborativo ma in chiara opposizione. Se non si tiene conto di questa situazione sociale, non si capiscono certe scelte politiche, inimmaginabili fino a solo pochi anni fa… La “gggente” NON è con noi, cerchiamo di farcene una ragione e, se possibile, di riconquistare almeno in parte un po’ del perduto prestigio…(Antonio Fini)

Come se ne esce?

Insomma, c’è da fare una lunga traversata nel deserto… e bisogna saper cogliere gli indizi positivi (se ci sono e comunque farli crescere se non ci sono) negli orientamenti di senso comune (le lettere ai giornali, i titoli dei quotidiani e dei Tiggì, i discorsi delle mamme sul portone della scuola, un filmato positivo, ecc.). La sfida si vince lì… i documenti da “indignados” io li capisco, ma parlano solo a noi, tra di noi…

L’orario di lavoro degli insegnanti dovrebbe salire a 26/28 ore settimanali (5/6 ore al giorno, e basta con l’idiozia delle ore di buco), di cui 18 passate a fare lezione in classe, le altre a programmare, accogliere, integrare, lavorare in commissioni o gruppi, recuperare o potenziare, progettare, sostituire colleghi momentaneamente assenti (non certo sugli spezzoni)… E a fronte di queste 26/28 ore di servizio dovrebbe corrispondere un aumento salariale, a voler essere seri e onesti, di almeno 200/300 euro netti in busta paga. Dove si trovano questi soldi, per essere ancora più onesti e seri? Magari tagliando del 50% i fondi d’istituto, quelli appunto da cui si prendono i soldi per pagare le attività progettuali, le commissioni, le consulenze di esperti, attività che sarebbero svolte direttamente dai docenti, con la differenza che i soldi arrivano in busta paga, e la si fa finita con quella indecorosa forma di redistribuzione del reddito che è l’assegnazione del fondo d’istituto ai docenti. Quanto ai giorni di vacanza, che si dice siano troppi, che vengano pure trasformati in altro (programmazione, aggiornamento obbligatorio, auto-aggiornamento), lasciandoci godere senza inutili ironie dei giorni di ferie previsti per contratto: 36, come tutti. (David Nadery)
…nella valle del Foglia, le aziende sono in crisi, le fabbriche chiudono ed è di questi giorni il fallimento di una delle più importanti produzioni di mobili. Mezzo paese rimarrà presto a casa. Quando vado al bar non oso parlare del rischio di dover fare due ore in più di lavoro, finirei per ingurgitare il caffè di traverso (e avrebbero ragione). Quindi non lo faccio. Mentre invece parlo volentieri dei bambini e di come e cosa occorra per accompagnarli per avere una buona preparazione. Cerco di essere convincente. I genitori, che hanno perso il lavoro, non possono perdere anche la speranza per il futuro dei loro figli. Così, coi colleghi in gamba, ci ritroviamo per progettare e riprogettare. Se i genitori lo vedono, lo percepiscono…saranno dalla nostra parte. Ma dobbiamo fare sul serio. (Marco Renzi)

Alla ricerca di idee convincenti

Bisogna saper argomentare e provare a farla questa “buona scuola”, altrimenti si vince …forse… nell’immediato, ma si perde per il futuro.

…questo circolo virtuoso potrebbe essere innescato da tre operazioni che un governo attento dovrebbe promuovere: 1) investimento sulle strutture scolastiche in modo da renderle adatte al nuovo modello di scuola e di docente (laboratori e ambienti per un orario pieno e trasparente); 2) adeguamento degli stipendi allo standard europeo; 3) articolazione di carriera, previa valutazione delle capacità e disponibilità. Vorrei aggiungerne una quarta che ritengo preliminare al fine di far crescere la fiducia nel sistema scolastico: selezionare dirigenti all’altezza della funzione. (Giuseppe Prosperi)

Giuseppe Prosperi , dirigente scolastico per tanti anni, ha fatto una bella sintesi delle nostre aspettative. Il problema è però: “a chi spetta il primo passo?”, “come rendere credibile la prospettiva di un aumento delle retribuzioni?”, “che tipo di modello professionale dell’insegnante proporre all’opinione pubblica?”, “come rimuovere le situazioni di mediocrità?”, “come costruire una proposta credibile e condivisibile, dal mondo della scuola ma anche dalla società”. Ecco questioni su cui occorre ritornare, con proposte credibili e condivise.

Post-it (da Mara Pacini, insegnante di scuola dell’infanzia)
Sto pensando che ho cominciato il 39° anno di servizio nella scuola dell’infanzia statale, già “scuola materna”: i primi anni facevo 40 ore alla settimana, poi divenute 35 (7 ore al giorno in una scuola che stava aperta dalle 7.45 alle 18.15). Da molti anni faccio 25 ore frontali con le bambine e i bambini, più tutte le riunioni con le colleghe, i genitori, gli enti territoriali, i seminari di formazione e aggiornamento, letture e studio personali per rimanere informata…. Uso il mio computer personale, perché a scuola quel che c’è è praticamente incompatibile con tutto. Inoltre non c’è tempo per sedersi al pc per leggere o scrivere: mi porto regolarmente il lavoro a casa, quindi altro tempo per programmare, pensare, pianificare, predisporre idee e materiali… Lo faccio per me stessa, per la mia dignità personale e professionale, lo faccio per le bambine e i bambini che ogni giorno scoprono, insieme a me e alle mie colleghe, le meraviglie della conoscenza di gruppo. Mi piacerebbe una maggiore considerazione e un maggiore rispetto da parte di tutti per questo mestiere, e, sopratutto , mi piacerebbe che non si facesse “di ogni erba un fascio”…..Meditiamo gente, meditiamo…
Per approfondire:

Nella ricerca effettuata nel 2006 dall’agenzia Apollis per conto della Provincia di Bolzano è stato ricalcolato il quadro complessivo degli impegni dei docenti, arrivando a quantificare in percentuale le diverse attività [attenzione: a Bolzano vige un contratto di lavoro provinciale, diverso da quello nazionale]. Le lezioni in classe coprono appena il 33% del tempo di lavoro, altre quote significative del tempo di lavoro annuale si riferiscono a: lezioni aggiuntive (3%), accompagnamento/sorveglianza (6%), preparazione delle lezioni (18%), valutazione/documentazione (8%), correzione compiti in classe (3%), programmazione con i colleghi (4%), organi collegiali (4%), aggiornamento (8%), esami (3%), altro: attività amministrative, contatti, consulenze, colloqui, udienze, ecc. (10%).

di Giancarlo Cerini – 3 Novembre 2012

[1] H.Atz, U.Becker, E.Vanzo, Orario e carico di lavoro degli insegnanti in provincia di Bolzano, Provincia autonoma di Bolzano, Apollis, 2006 (www.apollis.it ). Vedi appendice in calce all’articolo.
[2] Di Giuseppe Prosperi si veda il recente intervento, Il preside che non ti aspetti, in “Rivista dell’istruzione”, n. 4, luglio-agosto 2012, Maggioli editore. Il fascicolo è interamente dedicato alla ricognizione delle professionalità e delle figure professionali già presenti nella scuola di oggi

2 Responsesto “Il mantra delle 18 ore: oltre la didattica frontale”

  1. Gavianu Gianfranco scrive:

    Premetto, a evitare malintesi, che le considerazioni che seguono, non vogliono essere un alibi per avallare il disimpegno, ma nascono da un’osservazione oggettiva della situazione, oggi, della scuola.
    Indubbiamente il blitz tentato dal ministro Profumo giocava sul tacito consenso di larghi settori dell’opinione pubblica che, particolarmente in Italia, è ostile agli insegnanti, come -ahimé- anche alla cultura in genere; se ci ritroviamo al potere un ceto politico come l’attuale, che in molti casi sfiora l’analfabetismo, ci sarà pur un motivo! Sembra che quando si parla della scuola si dimentichi, analizzandone i problemi solo dall’interno in una sorta di strabismo culturale, in quale contesto sociopolitico per un ventennio siamo vissuti… Da questo ceto politico e non da noi, nonostante la celebrata ‘Autonomia”, dipendono i destini dell’istruzione. E’ ingenuo e storicamente sprovveduto pensarla diversamente: non si può dimenticare che negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta ci sono state da parte dei docenti generose e disinteressate sperimentazioni che sono state poi metabolizzate e svuotate da una dura crosta giuridico-burocratico-amministrativa: l’autentico e anonimo potere che perdura tutt’oggi. Insomma le riflessioni comparse in questo forum sembrano ignorare il problema decisivo dei rapporti col potere/i che nella scuola in modo latente agiscono: i più astuti di noi cercano una via di fuga tentando i quizconcorsi a Dirigente Scolastico.
    Costituirsi a ‘ceto professionale’ è un’aspirazione nobile ma disperata: in molti casi i docenti sembrano aver essi stessi profondamente introiettato un senso di marginalità e di irrilevanza sociale che i media volentieri rispecchiano ed esaltano.
    Gianfranco Gavianu Docente Scuola Secondaria

  2. valentina chinnici scrive:

    Grazie a Giancarlo Cerini per il prezioso lavoro di collatio e per la prospettiva di respiro ampio che ci esorta ad assumere, per uscire dalla gabbia delle 18 ore che ci imprigiona nell’immaginario collettivo, finendo col ledere la nostra stessa dignita’ professionale.
    Valentina Chinnici, Palermo

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